Quando ho deciso che sarei diventata una studentessa di lettere, sapevo quello a cui stavo andando incontro. Crisi a parte, la mia è stata una scelta coraggiosa. Nella mia città, e, credo, nel resto dell'Italia, laurea in lettere=professore. Inutile dire che non è quello a cui ho pensato io. Nero su bianco, nella presentazione del corso di laurea in lettere, tra gli sbocchi occupazionali, figurano tecnici dei musei, delle biblioteche e delle pubbliche relazioni, e con il conseguimento di una laurea magistrale si può accedere in ambiti lavorativi quali redazioni giornalistiche, biblioteche, archivi, istituzioni governative, industrie editoriali... Ho conosciuto persone che dopo essersi laureate e aver partecipato al concorso per l'insegnamento, sono rimaste in attesa della fatidica chiamata, immobilizzati da un modello culturale che, nella loro mente, appare l'unico plausibile. Alla fine della mia prima settimana di lezione, ho capito che, quando mi sarò laureata, anche se mi ritroverò in un panorama lavorativo più scabro della desolazione di Smaug, grazie alla forma mentis che negli anni acquisirò, sarò in grado non solo di districarmi nella giungla sociale italiana, manco fossi Tarzan, ma avrò la possibilità di "inventarmi" un lavoro e vivere in base a delle conoscenze che mi permetteranno di analizzare la società e l'ambiente non con occhi scientifici, ma con la profondità di una mente "ampia" e "selvaggia", anche se pur sempre razionale. Perciò, a tutti quelli che, più che scientificamente, guardano agli studenti di lettere in maniera stereotipata dico: prendete un libro (serio) in mano, arrivate alla fine, prendetene un altro e un altro ancora... poi capirete di cosa sto parlando.